La città di Macomer

Situata a 550 m di altitudine sul livello del mare Macomer (Macumere, in sardo) si estende su un gradino basaltico tra l’altipiano  di Campeda a Nord e la piana di Abbasanta a Sud.

È il capoluogo del Marghine, regione che prende il nome dell’omonima catena montuosa che in lingua sarda significa ciglio orlo, ricca di testimonianze di epoca prenuragica e nuragica.

primi insediamenti umani nel territorio risalgono al periodo neolitico come attestato da numerose testimonianze: i ritrovamenti di strumentari  in numerose grotte sulla valle del rio S’adde,  una statuetta di dea madre in basalto la Veneretta di Macomer, appena abbozzata con la faccia dalle fattezze leporine e priva di braccia, conservata presso il museo di Cagliari, le  domus de janas ( case delle fate), sepolture scavate nella roccia di Tamara, Funtana ‘e giaga e Meriga, tutte facilmente raggiungibili dal centro abitato e visitabili. Così come pure le domus di Filigosa, appartenenti ad un successivo periodo, situate alla periferia della città, e sviluppatesi in più celle precedute da un dromos, un ingresso scoperto scavato nella roccia e ben levigato.

Risalgono invece all’età del bronzo i numerosi nuraghi e le tombe dei giganti. Tra i primi merita una visita il nuraghe quadrilobato di Santa Barbara che con la sua mole imponente domina la città dalle pendici di Monte Manai, mentre tra le sepolture megalitiche si ricordano la tomba di Puttu oes di Sa pattada e di Tamuli nell’omonima località sita alle falde del monte Sant’Antonio, a circa 14 km da Macomer, nella quale sono situati anche sei Betili, tre mammellati, a rappresentare divinità maschili e femminili.

Macomer compare come centro d’importanza storica nel periodo punico col nome di Macopsissa. I Cartaginesi ne sfruttarono la posizione geografica per controllare e garantire le comunicazioni tra la parte settentrionale e meridionale dell’Isola. Sono rimaste a testimoniare il loro dominio molte monete puniche scoperte in uno dei ripostigli più ricchi rinvenuti anche se è dubbio che  fosse sede di  una zecca. Strappata l’Isola ai Cartaginesi nel 238 a.C. i Romani hanno lasciato traccia della loro civiltà con la strada che collegava Karalis a Turris che penetrava nella campagna macomerese nella zona di Cobolatu fino a Santa Maria visibile in un tratto nella cosidetta tanca di Melchiorre Murenu.

La centralità fu riconosciuta anche nel periodo giudicale quando era capoluogo della curatoria del Marghine nel regno del Logudoro. Dopo alterne vicende passò al giudicato di Arborea, ma dopo la morte di Eleonora d’Arborea passò al Visconte di Narbona che ne cedette i diritti e il titolo al re d’Aragona. Fu il visconte ad erigere il castello nel 1412  del quale attualmente si può ammirare una cappella inglobata nella chiesa di San Panataleo. Nel 1421 Alfonso d’Aragona donò il feudo del Marghine a Bernardo di Rivosecco e i suoi successori ai giudici d’Arborea che ne ebbero il possesso fino al 1478 data della battaglia che segnò la fine della resistenza sarda contro gli Aragonesi.

Successivamente, dopo essere passata sotto diversi proprietari, nel 1718 col trattato di Londra che siglava la pace tra la Spagna e l’Austria, come tutto il resto dell’Isola,  fu ceduta allo stato sabaudo.

Il nome di Macomer è legato alla rivolta angioina scoppiata nel 1796 al culmine dei moti antifeudali quando fu coinvolta in saccheggi e violenze.

Nell’800 si verificarono profonde trasformazioni sociali ed economiche con l’editto delle chiudende che consentiva a chi recintava i terreni di diventarne il proprietario, I soprusi, le violenze e le sopraffazioni furono cantate dal poeta locale Melchiorre Murenu, definito l’Omero del Marghine perchè cieco fin dall’infanzia, in una quartina divenuta celebre. Pagò questo suo coraggio con la vita come è ora ricordato in un murale nel centro storico.

Ma fu anche il secolo che segnò lo sviluppo economico di Macomer con la costruzione della strada Carlo Felice prima e della ferrovia successivamente ad opera dell’ingegnere inglese Benjamin Piercy che favorendo i traffici e le comunicazioni ne fecero uno snodo commerciale sempre più attrezzato e strutturato alle esigenze del mercato.

Il conseguente urbanesimo, le infrastrutture, la bontà dei suoi pascoli e l’intraprendenza di alcuni industriali ne fecero uno dei centri più importanti dell’industria casearia sarda.

Il suo territorio divenne tra i più ricchi di greggi per il richiamo di allevatori da tutta la Sardegna e si impose quasi naturalmente la necessità di utilizzarne i prodotti. Nacque così nel 1934 la  fondazione del Gruppo lanario sardo con finalità prima di solo lavaggio della lana e poi di lavorazione dell’orbace rispondente alle esigenze di autarchia del regime fascista. L’opificio differenziando la produzione è rimasto attivo pur con alterne vicende.

Ma è nel dopoguerra che Macomer acquista un ruolo rilevante con nuovi insediamenti industriali con l’istituzione di scuole di ogni ordine, con l’apertura di uffici e con il distretto sanitario che ne hanno fatto un punto di riferimento per il Marghine e la Planargia.